Licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Licenziamento per giustificato motivo oggettivo

La pandemia che ha colpito il mondo intero ha portato il Governo italiano ad adottare una serie di provvedimenti mirati al settore dell’economia, tra i quali il blocco dei licenziamenti introdotto con il decreto ristori del 17 marzo 2020 e prorogato, alla data in cui si scrive, fino al 31 marzo 2021.

Tuttavia quando detto blocco dei licenziamenti saranno numerose le aziende (e di conseguenza ancor più numerosi i lavoratori) che dovranno fare i conti con le conseguenze economiche della pandemia e che con tutta probabilità procederanno a ridurre gli organici. 

Licenziamento per giustificato motivo oggettivo 

Il licenziamento dovuto alla situazione economica dell’azienda si definisce licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Rientrano infatti nella definizione data all’art. 3 della l. 604/1966 tutti quei licenziamenti “inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione aziendale e al regolare funzionamento di essa”, di conseguenza sono da ricondursi al giustificato motivo oggettivo quei licenziamenti dovuti alla situazione economica aziendale ed anche quei licenziamenti dovuti alla soppressione all’interno dell’azienda delle mansioni svolte dal lavoratore licenziato e la contestuale impossibilità di ricollocazione di questo in altro reparto con livello di inquadramento pari a quello che il lavoratore aveva prima del riassetto.

Spetta al datore di lavoro, al momento di procedere al licenziamento, dare prova dell’esistenza dei motivi oggettivi di cui sopra, prestando particolare attenzione a spiegare nel dettaglio sia i motivi della riorganizzazione aziendale, sia come mai il lavoratore non può essere destinato ad altro reparto o mansione.

Quale tutela in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo

Se superata l’emergenza pandemica, alla riapertura “a tempo pieno” delle aziende un lavoratore dovesse ricevere una lettera di licenziamento per giustificato motivo oggettivo la prima cosa da fare è mettersi in contatto con un avvocato di diritto del lavoro per valutare se ci siano gli estremi per impugnare il provvedimento davanti al tribunale del lavoro.

Se il giudice dovesse ritenere l’illegittimità del provvedimento la legge italiana prevede vari rimedi che variano a seconda della data di conclusione del contratto e della dimensione dell’azienda.

Le discriminanti sono la dimensione dell’azienda sopra i 60 dipendenti (o 15 per unità produttiva) e se il contratto fosse o meno in essere alla data di entrata in vigore del Jobs Act, vale a dire il 7 marzo 2015.

Per i contratti antecedenti questa data e relativi ad aziende con più di 60 dipendenti, il giudice può infatti disporre il reintegro del lavoratore se il fatto sul quale il datore di lavoro ha basato il licenziamento dovesse essere infondato.

Negli altri casi, anche in caso di illegittimità del licenziamento, il giudice disporrà un indennizzo a favore del lavoratore licenziato, che terrà conto di numerosi fattori inclusa la violazione del suddetto obbligo di destinazione del lavoratore ad altro reparto o mansione.

Licenziamento per giustificato motivo oggettivo a Torino – info dall’avvocato Federica Barbiero